Il primo passo che ci orienta verso la vita sociale è lo schema fondamentale che struttura il nostro modo di percepire: lo spazio omogeneo. Dall’interno all’esterno, a poco a poco, gli stati di coscienza si trasformano in oggetti o in cose. Si staccano gli uni dagli altri. Si staccano da noi. Li percepiamo solo all’interno dello spazio omogeneo in cui ne abbiamo fissato l’immagine e attraverso le parole con le quali le abbiamo resi famigliari. Ecco la nascita del secondo io che ricopre il primo io, ecco la nascita di un io che percepisce stati distinti e che rappresenta una ingegnosa disposizione di stati in un certo senso impersonale: una vita fatta di momenti distinti risponderà meglio alle esigenze della vita sociale. Il secondo io “ fissando meglio la sua attenzione vedrà [i stati di coscienza] fondersi fra loro come fiocchi di neve al contatto prolungato con la mano. Ma a dire il vero, per comodità di linguaggio, egli avrà tutto l’interesse a non ristabilire la confusione là dove regna l’ordine e a non turbare affatto questa ingegnosa disposizione di stati in un certo senso impersonali, grazie a cui ha smesso di formare “un impero in un impero”. Una vita interiore dai momenti ben distinti dagli stati nettamente caratterizzati risponderà meglio alle esigenze della vita sociale”[1]
[1]H. Bergson, Saggio sui dati immediati della coscienza, Raffaele Cortina Editori, Milano, 2002, p. 89
